..Il tintinnio del mazzo di chiavi appese alla tasca

 

di Gino Sofia

Si è spento il giorno che precede la festa dell’Immacolata Concezione il professore Nino Campo, in una fredda serata invernale, a casa sua, tra le braccia del suo adorato figlio Andrea. “U prufussuri Campo”, come tutti noi ex suoi studenti della scuola media di Novara lo abbiamo conosciuto, era un uomo di vecchio stampo, dal fisico gracile, ma solo apparentemente, perché il suo carattere combattivo ed orgoglioso lo rendeva un “gigante” al cospetto di tutti. Forse alcuni miei coetanei non ne conoscono neanche il nome, Antonino, mai abituatia pronunciarlo, perché lui è stato, durante i favolosi anni della mia adolescenza, una vera e propria istituzione nominato sempre e solo come “U prufussuri”.  La sua di generazione invece lo chiamava Nino, “una persona buona” dicevano tutti; chi non ha conosciuto la sua temperanza, la sua mitezza d’animo, la sua bontà, chi non ne ha apprezzato la sua benevolenza, la sua dimestichezza nel parlare di Sport, di tutti gi sport: dal calcio al motociclismo, dall’atletica leggera alla pallavolo, dalla formula 1 a qualsiasi competizione di squadra. In questi giorni, rovistando tra i miei ricordi passati, ho ripercorso alcune tappe della mia fanciullezza che lo hanno visto protagonista: erano  i meravigliosi tempi della scuola media, l’ultimo quinquennio della fine degli anni ’80.  “ U prufussuri Campo” in quel periodo, insegnava educazione fisica proprio a Novara, i suoi metodi, il suo approccio rendeva quella disciplina un’ora di svago favoloso, e c’era un segno che per noi ragazzini era indicativo, il tintinnio del mazzo di chiavi appese alla tasca destra del suo caratteristico jeans di colore chiaro. Quando entrava in aula e posava le chiavi sul tavolo significava che l’ora che ci attendevasarebbe stata scandita da interrogazioni e spiegazioni, tra i suoi cavalli di battaglia: l’apparato locomotore, i muscoli, la storia degli sport e tutto quello che farciva i suoi interessi di sportivo; ma se quel mazzo di chiavi restava appeso ai suoi pantaloni, continuando a tintinnare col movimento dei suoi passi, questo poteva preannunciare soltanto una cosa: l’ uscita all’aria aperta e per sessanta minuti  l’abbandono provvisorio del tedioso, ma necessario, apprendimento adolescenziale. Una volta usciti poi ci aspettava la “famigerata” corsa campestre: si scendeva “do chiao Don Michele” e si risaliva, sempre correndo, per una buona mezz’ora. Il pretesto più ricorrente per evitare la marcialonga era un mal di pancia o un abbigliamento non idoneo per le femminucce, improvvisi giri di testa o malori ingiustificati per i maschietti. La sua attenzione nei nostri confronti era somma, al comparire di anche uno solo di quei sintomi, inequivocabili impedimenti “ U prufussuri Campo” ci poneva di fronte due possibilità: rientrare in classe per la spiegazione o nella migliore delle ipotesi una sgambettata a calcetto nella tanto attesa sfida tra sezione “A” e “B”.  Inimmaginabile pensarla adesso con l’esiguo numero di bambini presenti nella nostrascuola, ma allora, pensate bene, si facevano due squadre da cinque, con tre riserve per ognuna e almeno sei tifose per classe (mal di pancia permettendo!). Il termine della sua ora, annunciato dal temibile suono della campanella suonata dal caro signor Crimi, ci restituiva alla “dura” realtà, e tutti sudati si rientrava in classe, in preda ad una delirante eccitazione trascorsa, stemperata inesorabilmente oibò! dall’ora che seguiva: matematica o ancora peggio l’educazione tecnica del prof. Calabrese.

Nino amava i suoi figli e da padre premuroso li ha allevati senza una madre, scomparsa prematuramente; con l’amore di ogni giorno li ha cresciuti, li ha resi forti nella vita e gentili ed educati nella quotidianità, adorava Carmen, la sua donna di casa, ed era sempre  in apprensione per Andrea e le sue stravaganze da lui sempre appoggiate. Adesso comincia l’inverno novarese, ma purtroppo Nino non lo vivrà accanto ai suoi figli, cresciuti troppo in fretta, non lo vedremo più passare sfrecciando con la sua storica fiat uno bianca per le strade del paese, non lovedremo più camminare in piazza con la sua immancabile sigaretta accesa e un sorriso al seguito. Quell’uomo gracile e delicato in apparenza, canuto nel suo aspetto di padre “costante” e amico “presente” lascia un vuoto nei cuori di ognuno di noi, ma soprattutto nell’animo dei suoi figli che da lassù continuerà a guardare dispensando loro i suoi rimproveri e le sue tenere carezze. 

Nel manifestare il mio cordoglio ad Andrea e Carmen rivolgo il mio più commosso saluto e a nome dell’intera Associazione porgo le nostre più sentite condoglianze